08.11.07

era jazz, jazz

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Il negro sul pianoforte faceva correre velocemente le dita sui tasti, con la testa piegata a guardare un punto lontano oltre la testiera mentre la coltre di fumo velava un pubblico conquistato e coinvolto; ogni tanto ribaltava la testa calva all’indietro per lanciarsi in un grido stridulo con gli occhi strizzati ed appassionati, ed era jazz, jazz. Il colosso col sassofono ciondolava e si contorceva, mentre il vento caldo e avvolgente usciva dalla bocca d’ottone dello strumento, per andare oltre le ultime file della sala. In controluce, contornato dal fumo di sigaretta, il ricciolino con la tromba frustava l’aria con note vivaci e squillanti; la puledra strizzata nel miniabito rosso, sul bordo del palco faceva tremare la pelle dei presenti con vocalizzi d’ebano, era tutto jazz, jazz. I quattro negri che infuocavano le tavole del palco con musica sconnessa e vivace esprimevano l’estemporaneità di un momento di brio, davano sfogo alle dita, ai nervi, e pazienza se nessuno ripeterà mai la loro partitura, loro erano padroni dell’aria che il pubblico respirava, un momento di jazz, jazz. Quando salgo sul palco, pensava Chet Saymour al sax, la storia la piego, la fisso. Quando salgo sul palco la mia creatività esplode. Ed è jazz, jazz
Posted by kenny at 11:13 | Comments (0)

04.11.07

i cacciatori di fulmini

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Giugno è un bel periodo per catturare I fulmini. Da tempo, da quando ho comprato la macchina fotografica, passo gli anni aspettando che arrivi giugno, per poter cacciare i fulmini. Le sere limpide di giugno sono l’ideale. Come molte altre volte, al primo tuono, esco dal letto, vestendomi in fretta, e mi precipito a prendere le poche cose che servono per la notte.
Poi corro da fabrizio, che sicuramente avrà sentito il tuono.
Parcheggio sotto la sua finestra, e tiro un sasso sugli oscuri. Il segnale. Appena la luce della camera trapela da sotto le lastre di legno, sposto l’auto in cortile. In pochi istanti fabrizio scende, esposto alla pioggia notturna, con la sola cura di proteggere l’apparecchio fotografico con la tela cerata. Senza troppe parole sale in auto. La caccia è aperta, basta solo trovare il posto adatto. Negli ultimi ritrovi abbiamo individuato un prato abbastanza pianeggiante, in Col di Stella, da cui si può godere di gran parte della vallata. È un buon posto, e quasi tutti I temporali sono a tiro. Montiamo gli archetti che reggeranno la cerata, poi stendiamo la coperta, per essere sicuri di sedere all’asciutto. La caccia al fulmine dura anche delle ore. Poi apriamo gli ombrelli, di cui leghiamo le estremità superiori agli archetti che sporgono. Infine, quando siamo sicuri che non si bagneranno alla piaoggia, sistemiamo le macchine fotografiche sotto agli ombrelli. Noi ci sistemiamo sotto alla tenda sorretta dagli archetti. Nella borsa due birre e qualche panino, pronto in frigo per l’eventualità di una caccia al fulmine notturna. Con cura impostiamo l’apertura degli otturatori e le caratteristiche di esposizione, e passiamo la notte al buio, aspettando che I bagliori elettrici vengano catturati dalla pellicola. Al buio, perchè una candela inquinerebbe il fotogramma, e in silenzio, perchè eventuali battute ci priverebbero del rumore dell’otturatore che si chiude. Come pescatori attendiamo il momento per tirare a noi la preda. Noi attendiamo che il fumine passi nel cielo buio. Magari che più fulmini passino e lascino le loxro tracce sulla pellicola. Poi facciamo scattare a chiusura l’otturatore. È fatta, un fotogramma ha catturato il fulmine, e da qui in avanti la notte è meno lunga.
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Posted by kenny at 11:23 | Comments (0)

l'uomo col cappotto

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Statistiche sito,contatore visite, counter web invisibile L’uomo con il cappotto nero stava seduto sotto al cartellone pubblicitario reclamizzante una bibita alcolica che rendeva irresistibilmente divertenti. Il pannello luminoso annunciava che il prossimo convoglio sarebbe arrivato entro pochi minuti. Incurante, l’uomo col cappotto continuava a fissare un punto al di là delle rotaie, senza tradire emozioni o pensieri. Una bella ragazza dall’altra parte si era anche lusingata dello sguardo che lo sconosciuto continuava a rivolgerle, finchè non si è accorta che l’uomo che aveva davanti non guardava proprio nulla. I capelli ormai più grigi che neri, gli occhiali dalla spessa montatura nera, I vestiti tutti oscillanti tra il grigio antracite dei pantaloni e il nero del cappotto, nulla che definisse qualche aspetto della personalità. L’uomo senza nome era straniero in terra straniera, diverso tra milioni di persone diverse in una metropoli che conosceva ma che non gli apparteneva. Non avrebbe lasciato nessuna traccia, non avrebbe scaldato nessun cuore, stretto nessun legame. L’uomo senza emozione sarebbe scivolato su una Roma che non lo conosceva e che non l’avrebbe mai conosciuto.
Nel freddo di ottobre le persone passavano davanti ai seggiolini veloci, senza prestare troppa attenzione a dettagli che non avrebbero mai visto, chiacchierando al massimo a gruppetti di tre persone, condividendo esperienze di una giornata lavorativa strutturata come tutte le precedenti e che si sarebbe ripetuta per infinite altre volte.
Donne incinte, giovani indiani baffuti che cercavano lavoro, studenti coloriti, turisti persi ed emozionati, ragazze dalle minigonne che scoprivano gambe già viste. Davanti a occhi che non cercavano nulla passava l’umanità intera, a saperla vedere.
L’uomo col cappotto avvertiva crescere il proprio senso di isolamento, di solitudine; circondato da potenziali amici e da potenziali amori, esplorava la propria repulsione per ogni rapporto umano, sprofondato in un mare di incomunicabilità.
Posted by kenny at 11:07 | Comments (0)

08.11.06

la strana dissonia del signor Mauret

Da tempo il signor Mauret si accorgeva di fenomeni apparentemente bislacchi nelle sue percezioni. Non era raro infatti che egli avvertisse suoni non corrispondenti alla realtà oggettiva. Dapprima convinto che questi fossero dovuti al forte stato di affaticamento nervoso, si fece sempre più preoccupato con l’intensificarsi del disturbo uditivo che lo affliggeva.
Con la pignoleria che lo contraddistingueva fin dalla giovane età, iniziò a girare con un piccolo registratore, per raccogliere testimoniance riguartdanti quella che egli chiamava “dissonia degli stimoli uditivi”. Dopo svariati mesi di pazienti annotazioni e di un crescente senso di preoccupazione, il signor Mauret trovò il coraggio di recarsi dal proprio medico, il dottor Grenouliere.
“vede dottore, da tempo I suoni che sento non sono quelli del mondo che ci circonda” – fece lo sventurato Mauret.
“cosicchè – prese il dottore – lei sente suoni di altri mondi? O di un nostro mondo traslato in un altro tempo? Per essere chiaro, lei sente con ritardo I suoni già avvenuti?”
“no – rispose il signor Mauret – io sento I suoni slegati dagli eventi che li generano. Non in tempi diversi o in forme diverse. Proprio sento suoni diversi da quelli che dovrei sentire.” Il dottore parve stupito. “vede dottor Grenouliere, se io lasciassi cadere questo vaso che lei tiene sul tavolo, io non avvertirei il logico infrangersi della porcellana sul pavimento, ma un suono che nulla ha in comune”. Il medico era ancor più basito.
“ieri, mentre mi accingevo a radermi, appena avviato il rasoio, iniziai a sentire il continuo scorrere di un ruscello. Dal rasoio, capisce! Oppure, nel richiudere la patta dei calzoni, e mi perdoni l’esempio, un fragoroso raglio d’asino mi accompagnava”. Il medico non credeva ai propri orecchi, e non perchè soffrisse del medesimo disturbo. “vede, signor mauret, ritengo che il suo bizzarro stato di suggestione sia da attribuirsi al sovraccarico di lavoro che il suo impiego le comporta. Si prenda una settimana di riposo, di camomille e di lettura. Non risponda la telefono…”. Il medico non fece a tempo a finire la frase che mauret disse “il telefono! Non me ne parli, ogni trillo, o quello che sarebbe normale percepire come trillo, arriva alle mio orecchie come il suono dei birilli del bowling che vengono abbattuti da una palla” “insomma Mauret! – strillò il medico – faccia come le consiglio. Si riposi, e torni da me tra otto giorni” continua
Posted by kenny at 12:44 | Comments (0)

30.11.05

una notte in comune

Poco sopra alla strada l'unto ragazzino studiava, il ciuffo sozzo e sfigato proiettava un'ombra sciocca sul quaderno a quadretti, e la luce tremolante della lampada a pile rendeva la lettura delle formule quantomai difficoltosa. Aveva il cuore in bocca e sudava freddo. L'indomani la professoressa di matematica l'avrebbe umiliato. Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non studiava.

Dalla terrazzo sul mare il vecchio onnipotente vedeva le sue miserie. Aveva una lastra di vetro tra lui e la notte, e un'altra curva tra la sua mano e il gin. Era ricco, aveva tutto, ma quella notte l'angoscia lo possedeva. Settant'anni di potere, di ricchezza e di lusso, ma il fisico gli scorreva via. Aveva voglia di piangere ma non lo faceva, anche da solo, lo riteneva un vizio da poveri.

Appena fuori dal bar il giovane fenomeno si accendeva una sigaretta. Aveva riso e scherzato con altri leoni, aveva toccato il culo alla cameriera e stava per salire in macchina. Pochi chilometri per scaricare nervi e cavalli in terra, poche ore per tornare in quel cantiere. Suo padre non voleva quello per lui. Aveva voglia di piangere, ma non poteva, solo I bambini piangono.

La ex vergine era sul letto. Non aveva sonno, si toccava la pancia guardando il soffitto. Una mano forte le stringeva il collo, l'angoscia non la lasciava assopirsi. E ora? Un futuro che la inorridiva, dove sarebbe stata grassa e brutta, con un marito odiato e uno, due o tre bambini nati dopo le botte, dopo il sangue. La ex vergine voleva liberarsi e liberare il bambino, ma come? La ex vergine aveva voglia di piangere, ma se piangeva svegliava l'uomo nel letto…

Il giovane consumato era attorno al fuoco con gli amici. Si guardavano negli occhi con sguardi filtrati dale fiamme. La notte l'avrebbero passata lì, e si apprestavano a fare un brindisi in onore dell'ago, della loro vita, che avevano visto essiccarsi dal di fuori, testimoni di fallimenti e sconfitte, ma anche di una voglia di perdere, per liberarsi delle pressioni, di concludere la loro stronza vita. Aveva voglia di piangere, ma l'eroina gliel'avrebbe fatta passare presto.

Il Salvatore era appoggiato al muro. Quante volte aveva visto quella scena? E quante volte ha dovuto dire a una madre che il figlio non era sopravvissuto? Il giovane Salvatore avrebbe bruciato gli anni e sarebbe diventato un medico vecchio e navigato, ma intanto aveva trent'anni e non riusciva ad abituarsi.
Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non salvava nessuno…

Luciano era nel salotto anonimo di una casa anonima in una cittadina anonima. Era anonimo anche lui, doveva scordarsi del suo nome e della sua vita, doveva solo essere Luciano. Ma la notte sudava freddo, sapeva che l'avrebbero trovato, che gli avrebbero fatto pagare sia le bombe e le stragi, sia il pentimento e la confessione. Sapeva che “quelli” l'avrebbero trovato. Aveva voglia di piangere, ma era completamente solo, nessuno l'avrebbe confortato, ne tantomeno perdonato per la sua vita. E piangere l'avrebbe fatto solo sentire in colpa.

Il vecchio inutile era sotto la veranda, guardava la pioggia sereno, pensava alla Guerra, alle malattie e agli amici che erano morti. Il vecchio inutile pensava alla figlia che aveva partorito, al nipotino, che avrebbe avuto il suo nome al di là delle sue mediocrità , pensava che dopo tutto il male e il bene che aveva visto non avrebbe più potuto nè commuoversi, nè emozionarsi.
Piangeva a dirotto per la felicità, convinto che quella sera il mondo non potesse che essere sereno.
Posted by kenny at 12:47 | Comments (0)