28.02.06

l'ultimo colpo

L'ultimo tocco è quello che poi si ricorda, non importa se prima hai fatto schifo, se vincerai sarà grazie all'ultimo tocco, se perderai, sarà a causa dell'ultimo tocco. È come nel calcio, non importa se I rigoristi prima di te hanno fallito: se il tuo tirò andrà fuori, sarà a causa tua che la vittoria sfuma. Con questi presupposti mi accingo a tentare l'ultimo colpo, con la gente che mi guarda. È un colpo difficile, la biglia deve prendere il giusto effetto, altrimenti tocca la biglia avversaria, e deve mandare in buca l'altra tua biglia, altrimenti è finita. Avevo una biglia, l'ultima, sottobuca d'angolo, una biglia avversaria in copertura. Che situazione. Se non imbucavo, l'avversario si trovava con la Bianca, la sua biglia e la buca in riga. Un gioco da ragazzi vincere. Ma se avessi imbucato, allora avrei vinto io, niente più possibilità. Il mio avversario era Gustavo Canal, il grande, nessuna sconfitta finora nel torneo più importante dell'anno. Freddo, preciso, un talento consolidato da anni. E io avrei potuto batterlo, ma anche fare una figuraccia tentando il colpo ad effetto. Mi chino. I polpastrelli fiorano il panno verde. La luce sopra di me lascia al buoi il pubblico, il quale ammutolisce. Il tempo che impiego per raggiungere la giusta posizione sembra non finire mai. Ci sono: il braccio teso pronto ad accogliere la stecca. Polvere di gesso blu, il legno scorre sul guanto, lentamente tocco con dolcezza la biglia Bianca. Non sembra neppure muoversi, da quanto perfetta è la superficie. Piano piano passa ancheggiando la numero 14 di Canal, si inclina e si appoggia alla mia. Quanto dura il tragitto di neanche 20 centimetri? Eppure credo che molti addirittura si annoino ad aspettare che Bianca faccia il suo giro intorno alla 14, e altrettanto tempo mi sembra che passi da quando si appoggia alla mia ultima tappa. Silenzio. Poi, piano piano, la mia ultima lacrima entra in buca. Finchè non sento il colpo sul fondo del biliardo non credo a nulla. POK. È finita, l'ultimo colpo è stato vittorioso, nessuno ricorderà gli errori, esisterà solo quell gancio vincente, nessuno ricorderà di quanto Gustavo Canal abbia giocato bene, solo il mio colpo vincente meriterà di essere impresso negli annali… si, ora ci credo, il prosciutto messo in palio per il vincitore del torneo di biliardo del circolo dopolavoro è mio!!!
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30.11.05

alberto campos

La squadra non andava granchè bene in quel periodo… effettivamente la Lazio di metà anni settanta non era certo la formazione ideale per mietere successi, e la cosa era nota anche al di là dell'oceano. In quegli anni gli osservatori delle società sportive attraversavano con costanza l'Atlantico per cercare dei buoni giocatori da portare in Italia e anche la Lazio aveva il proprio scout, il ragionier Righetti Casali, Ruggero all'anagrafe. Righetti Casali aveva il disperato compito di ricercare dei talenti, vecchi o giovani, che avessero voglia di trasferirsi in Europa per giocare con una compagine depressa. Aveva scovato campioni in erba arroganti e spocchiosi, vecchie glorie in cerca di strappare l'ingaggio che garantiva la vecchiaia, ma il giocatore sul quale costruire un futuro proprio non voleva uscire dal cilindro. Righetti Casali non era però persona che si dava per vinta, più che altro per la sua modestia e per la sua dedizione al lavoro, ma la disperazione dei giorni era forte, tanto che il tapino ragioniere era ormai uso ad assistere alle partitelle dei gruppi sportive amatoriali, nella speranza di trovare un giovane diamante grazzo da portare in Italia. Fu proprio durante una di queste partite tra appassionati che Righetti Casali notò ed avvicinò un giocatore interessante, un ragazzotto con la barba nera che da solo reggeva il gioco di entrambi gli schieramenti in campo. Avvicinato ed invitato a una lauta cena, il giovane raccontò la sua storia al ragioniere: aveva giocato per anni ad alti livelli, in una serie minore in Argentina, ma a 25 anni si era infortunato seriamente, e, impossibilitato a mantenersi le terapie, si era riciclato come conducente di autobus a Cordoba, il sabato insegnava il calcio ai ragazzini delle scuole e ogni tanto si concedeva una partita col dopolavoro. Fu affascinato dal progetto Lazio, la vedeva come una rivincita verso il calico che aveva dovuto abbandonare. Il suo nome era Alberto Campos. L'acquisto della Lazio fu salutato dall'ilarità degli addetti ai lavori, che vedevano nell'ingaggio dello sconosciuto tranviere Argentino il requiem della società capitolina. I fatti li avrebbero smentiti, Campos nella prima disastrosa stagione della sua nuova squadra si dimostrò un formidabile centrale di centrocampo, uno snodo tra la difesa, dove era il primo interditore, e il centrocampo, dove sapeva impostare la manovra. La squadra era pessima e la Lazio si classificò solamente quattordicesima, ma I presupposti erano ottimi, Campos giocava alla grande, facendo crescere I giocatori più giovani ed attirandone altri, desiderosi di conoscere quel gentiluomo dalla faccia sporca. La sua seconda stagione I biancoceleste fu decisamente migliore, nel corso del campionato la Lazio arrivò addirittura ad occupare la terza posizione per qualche settimana, chiudendo il torneo alla sesta, superando ogni previsione. Le voci di mercato però si facevano sempre più minacciose, Alberto Campos era diventato il pezzo più ambito tra I centrocampisti della serie A, la Roma voleva acquistarlo per riconquistare lo scudettto che aveva appena perso, il Milan lo voleva per difendere lo scudetto appena vinto, l'Inter lo desiderava per costituire un centrocampo da sogno, accostandolo a Rombaldi e al brasiliano Reminotti. Ma fu la Juventus, in quegli anni nobile decaduta che voleva ricominciare a vincere, ad offrire al giocatore, in scadenza di contratto, un ingaggio da favole, almeno Quattro volte superiore allo stipendio che I Biancocelesti potevano garantirgli. Era chiaro che Alberto Campos sarebbe stato bianconero entro pochi giorni… la Juve aveva in cantiere un progetto di vittorie più concreto e ricco di quello della Lazio, poi Campos aveva oramai 32 anni e quello sarebbe stato il suo ultimo contratto. Un'occasione imperdibile, insomma. Il 28 giugno, tre settimane dopo la fine del campionato, Alberto Campos annunciò una conferenza stampa nella quale avrebbe fatto finalmente chiarezza riguardo al suo futuro. Nel suo italiano caratterizzato dal forte accento argentino parlò molto chiaro: “sono in italia da tre anni, sono arrivato per giocare a calico e dimostrare a me stesso che potevo ancora farlo, che potevo vincere… per provare la sensazione che solo la vittoria può dare. Quella sensazione me la potrà dare solo una squadra.” Pausa… brusii in fondo alla sala, dirigenti bianconeri sorridenti. “domani mattina firmerò il contratto con la Lazio, giocare altrove mi lascerebbe l'amaro in bocca”. In sala stampa scoppia il finimondo, domande a raffica, flash, articoli buttati giù di getto sui taccuini… Ho intervistato Alberto Campos un mese fà nella sua casa sul litorale romano. Giocò nella Lazio per nove anni, smise a trentanove e non vinse nulla nella sua carriera, contribuendo comunque a raddrizzare una tendenza che avrebbe portato la disastrata squadra romana alla retrocessione. Sul mobile del soggiorno, tra le foto dei figli e della bella moglie (sempre la stessa da quasi qurant'anni, una rarità tra I calciatori!) ce n'è una splendida, in bianco e nero, incorniciata da una bella cornice in argento, dove lui, con la sua barba nera, impartisce le direttive ai suoi compagni di gioco. Il punto di ripresa, dal bordo campo, fa scomparire il terreno sotto di lui, lo rende un gigante che si staglia fiero nel cielo, ben rappresentando la dimensione umana e sportive di quell'uomo. “signor Campos, probabilmente glielo avranno già domandato: chi gliel'ha fatto fare, trent'anni fa, di rinunciare ai soldi e al successo della Juve per restare alla Lazio, dove non ha vinto nulla?” La risposta è una Sonora risata… poi, con un disarmante sorriso: “se vogliamo per gratitudine verso chi mi ha reso ricco, famoso, felice. Sono rimasto come gesto di affetto verso chi mi ha fatto tornare a giocare, verso I tifosi che mi invitavano a pranzo a casa. Ma, ad essere sincero, l'ho fatto perchè alla Lazio ogni partita vinta era una vittoria importante, perchè mi sentivo partecipe del miglioramento della squadra, perchè portare una squadra dal fondo ai piani alti della classifica è un successo che da più soddisfazioni rispetto al vincere a ripetizione grazie a campioni che ti circondano e che hanno seguito solo I soldi. Poi, ad essere sincero, io ero solo un povero tranviere argentino ignorante… Juventus non sapevo neppure dove fosse.” Alberto Campos, il gentiluomo dalla barba nera, che è stato un vincente, pur avendo perso tutte le competizioni alle quali abbia partecipato.
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23.06.05

quando le tigri vennero liberate

Il 16 ottobre del 1942, il generale Walter Parker Thatcher era a capo del 4° battaglione fanteria dell'esercito britannico. Al mattino il cielo sopra Eastelle Saint-Brugges era nuvoloso, carico di pioggia, ruggente di temporali in arrivo. Il villaggio era in mano agli inglesi da due settimane, e il momento era venuto. Oltre alla collina di Eastelle c'era la piana di Values, da li, in pochi giorni, il battaglione sarebbe arrivato al confine con la Germania. Oltre al colle c'era l'esercito tedesco, un terribile braccio di ferro con gli inglesi per arretrare o avanzare. Il generale Parker Thatcher stava per pronunciare il suo discorso in una calma irreale, preambolo a una tempesta ormai non più rinviabile. Il soldato Willows suonava il corno scozzese in lontananza… Carrey si sitemava la divisa… altri controllavano lo stato della propria baionetta. Ruggiti di nuvole plumbee accompagnati dal silenzio dei soldati, e un corno malinconico, molto inglese… “Uomini, ho poche parole. Oggi le tigri verranno liberate, oggi ci conquistiamo l'avanzata verso Berlino. Uomini, le tigri siete voi, oggi scriviamo la storia della libertà di questo continente. Gli alleati, la Casa Reale. Dio. Oggi guardano a noi come alla speranza. Oltre quella collina c'é la nostra Gloria. Vediamo di meritarcela”. Belle parole generale, ma i tuoi pensieri? Perché ti senti in colpa? Quanti giovani poteva cogliere il tuo sguardo ora, e quanti domani mattina sarebbero stati ancora in piedi? Un percorso di 500 km, pochi nemici. Ora dietro al colle sai che ci sono oltre 10.000 tedeschi pronti, feroci, che aspettano. I tuoi uomini stanno aspettando di liberare la tigre, sono in 500 e sono immortali, puliti, nella loro divisa. Una tempesta in arrivo, tu lo sai generale, sai quanti sono I tuoi uomini e quanto forte é il nemico. Tutti morti entro sera, oltre il colle I tuoi uomini bruceranno in una mattina, e la tua Gloria evaporerà in poche ore. Tornare indietro? La propaganda non ammette il ritiro, non ammette I rinforzi. Ora si avanza, lì sono stati chiari, generale, hai accettato un suicidio di massa, te l'hanno imposto, e ora guardi negli occhi 500 giovani che non sanno che stanno per essere macellati dai tedeschi in nome del Reich. Ma I tuoi uomini sono partiti già macellati dal tuo governo. L'aria fredda e umida, spinta dal temporale, arrossa le guancie e fa lacrimare gli occhi. Il corno di Willows suona l'ultimo acuto. È l'ora di affrontare la storia. nuvole ruggenti iniziano a gocciolare con le loro timide avanguardie. La tempesta sta arrivando. Aspetti la battaglia, generale, ma in realtà stai già combattendo. In meno di tre ore I Tedeschi polverizzarono 500 soldati del 4° battaglione fanteria. Niente prigionieri o feriti… 10.000 uomini che avevano conquistato l'europa respinsero in poche decine di minuti dei giovani convinti di aver liberato le tigri.
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16.09.04

alieni

"A che servono le piattafolme che si vedono laggiu`?" chiesi. "Quali piattaforme?" fu la risposta del bagnino. "Quella che si vedono a qualche chilometro dalla riva. A cosa servono?" "Non c'e` nessuna piattaforma, probabilmente si sbaglia." Eppure io le vedevo, com'era possibile che un bagnino non le vedesse. La ragazza bionda con le treccine che aveva assistito alla scena mi avvicino` e mi sussurro` all'orecchio: "Io le vedo, stia tranquillo, non sono una di loro". Gia`, loro non le vedevano, anche se le avevano costruite. Loro erano gli alieni, arrivati silenziosamente decine di anni prima, presentati alla popolazione terrestre come osservatori da capi di stato illuminati. Avrebbero dovuto studiare la nostra civilta` per poi tornare da dove erano venuti, entita` apparentemente gassose con la capacita` di assumere la padronanza di tutti gli idiomi esistenti nell'universo... Poi gli venne dato piu` spazio, la possibilita` di collaborare alla vita terrestre, fino a raggiungere l'integrazione, sociale, con architetture dedicate ed autocostruite. Avevano imparato non solo a replicare i nostri linguaggi, ma anche noi stessi, copie fedeli di esseri umani, con qualche limite, ma indistinguibili da un uomo vero. Ormai l'essere umano era una minoranza sul pianeta, visto che gli alieni avevano infiltrati ufficiosi nei governi degli stati, nelle organizzazioni religiose, anche negli animali e nelle piante, ed avevano una efficiente polizia spionistica atta a reprimere ogni gesto di intolleranza. A questo bisogna aggiungere la paura per il diverso che serpeggiava tra gli uomini. A vederlo il Mondo era identico a quello di cinquant'anni prima, stesse attivita`, stessa popolazione, ma bastava un po' di senso critico per accorgersi che qualcosa di agghiacciante dominava il pianeta. La ragazza mi guardava in cerca di un segno di approvazione, o solo di conforto, mentre il bagnino rimaneva impassibile a scrutare l'orizzonte. Io mi ricordo, non era cosi` una decina di anni fa, almeno il mondo non sembrava cosi` finto. Decisi di invitare la ragazza a bere qualcosa al bar della spiaggia... da come mi guardva doveva sapere qualcosa che poteva interessarmi.
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14.07.04

il giorno perfetto

e se ci rendessimo conto che abbiamo sbagliato? poso sul tavolo la tazzina dalla quale o appena bevuto un caffè che sembrava sabbia bruciata, pago ed esco. una giornata secca e polverosa, con un sole acido che affatica gli occhi. ma non importa, questo è il mio giorno perfetto. salgo in auto, una macchina che sa di vecchio, ma comunque migliore di quelle precedenti, metto in moto e mi lancio verso il culmine del mio giorno perfetto, neanche a farlo apposta una stazione radio trasmette di lou reed. niente clima, finestrino aperto e braccio che si scotta sulla portiera bollente, al semaforo mi soffermo a notare il mondo. Una signora negra sta portando la spazzatura nel suo vestito giallo e rosso, incrociando un cinese in ciabatte e canottiera. poco avanti due vecchi litigano per una precedenza non data. contrapposto al mio giorno perfetto il mondo soffre alla grande. la strada continua con il suo carico di caldo e intoppi, ma mi sento invincibile, a breve mi incontrerò con la donna che renderà perfetto un giorno normale. ho ancora la lingua secca dalla serata di ieri sera, la barba di quattro giorni e la camicia che puzza di fumo, ma da domani non ci saranno più sigarette fumate a metà e vino scadente, basta appartamenti con contratti semestrali e auto noleggio. arrivo al luogo, parcheggio e mi guardo intorno, poi la vedo, nonostante il caldo indossa uno spolverino nero su una maglia e una minigonna, nere anch'esse, con i lunghi capelli biondi a scendere sulle spalle. tasto il pacchetto nella tasca dei miei pantaloni, tra poco il giorno perfetto si concretizzerà. "ciao, è molto che aspetti? ho qualcosa per te" - "immaginavo" - "non è che anche tu hai qualcosa per me?". poi sento tre colpi sordi, come delle palle da tennis bagnate su un muro. il primo mi passa tra le costole, il secondo mi entra nell'articolazione del braccio, sbriciolando l'osso, laciandomi l'avanbraccio a penzoloni. l'ultimo mi entra nel collo, appena sotto il pomo. sono immobile, in pochi secondi i fantasmi si concretizzano, lei mi dice "scusa, ma era troppo importante, non potevo fare altro". con un fiotto si sangue che mi esce dalla bocca sento che qualcuno mi spinge qualcosa con forza contro la nuca, in nemmeno tre secondi il mio giorno perfetto si è volatilizzato. "grazie" fa la voce dietro di me, poi solo il click del grilletto. vedo nero, i piombi mi squagliano il cervello. non sento nemmeno l'impatto del mio corpo ormai svuotato con i lastroni del marciapiede.
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09.07.04

valeria

certe giornate ti fanno capire la gravità del mondo Valeria parla, dal pavimento, e dice che non succedera` piu`, che puo` picchiarla quanto vuole, tanto lei non l'amera` mai. Valeria pensa, pensa che invece non cambiera` mai, che continuera` a vivergli accanto senza mai alzare la voce. intanto sogna, mentre si tasta il sopracciglio gonfio e il labbro rotto, sogna di poter andare al mercato con delle ciabattine e una gonna corta, di sorridere alla gente e di scegliere una canottierina nera, da portare senza il reggiseno. valeria soffre, per quella sua vita che doveva andare in un altro modo, ma che non aveva ne la forza ne la voglia di cambiare. intanto il sangue si e` fermato, e i pugni non le fanno piu` male, se qualcosa e` fuori posto lo sistemera`. Valeria guarda, fuori dalla sua depressione, guarda il marzo che passa, come e` passato quello dell`anno prima, e sa che anche il prossimo passera` senza svolte. Valeria vorrebbe piangere, ma la sua forza di volonta` serve solo a fermare le lacrime, si crede forte se non piange, ma sa che e` nelle sue mani. Valeria ama, ama il corpo e l'uomo che sta dietro a quei pugni, che senza si sentirebbe vuota, che per quanto gli altri possano offrirle amore, rispetto e stabilita`, e` quel baratro sempre sfiorato che lei desidera. Valeria tace, e` rimasta sola in casa, e gia` vuole rivederlo, andra` in futuro al mercato, ora aspetta che l'occhio si sgonfi, che i lividi ai polsi passino, che si regga sulle sue gambe. Valeria ha un universo pietoso nei suoi confronti, che la ama nonostante lei si ribelli alla logica, che le fa vedere anche cose belle, nonostante lei cerchi solo il peggio. Valeria vede, vede la sua bellezza diventare sempre piu` simile a un vestito vecchio e liso, dalla fattura splendida ma dal tessuto ormai consunto e polveroso. il mondo la osserva, vorrebbe amarla, ma lei ha scelto, se la sua vita deve essere di sofferenza, allora soffrira` per cio` che vuole lei
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06.07.04

Raven (da omf 2097)

per anni una chiacchiera di corridoio raccontava che chi entrava nell'ufficio all'ultimo piano della piramide, occupato da Major H. Kreissack, era o un complice o una vittima. Per anni ho ricoperto il ruolo di principale complice di Kreissack, forte del mio compito di sua guardia del corpo e braccio destro; anni durante i quali ogni mia azione veniva organizzata dal presidente della W.A.R., e da lui nascosta in caso di comportamenti al di fuori della legalita`. Stavolta pero` ero chiaramente nella posizione di vittima, era pronta per me una punizione esemplare per aver tradito la W.A.R., per la mia fuga lunga due anni dalle mani dempre piu` tentacolari della potentissima organizzazione. Abbandonare un ruolo per il quale ci si e` macchiati di delitti e reati di ogni tipo non e` mai indolore, ma fuggire senza spiegazioni, portandosi dietro segreti e verita` imbarazzanti anche per l'uomo piu` potente del mondo equivaleva a firmare la propria condanna a morte. Occupavo, prima di scappare in Germania, un posto di prestigio mondiale, per il quale ero invidiato ma soprattutto temuto. Ero infatti l'amministratore esecutivo della TRUSTW.A.R., la societa` che si occupava di assorbire stabilimenti e organizzazioni commerciali allo scopo di convertirle per inserirle nella catena produttiva della W.A.R.. Inoltre ero, come gia` accennato prima, la guardia del corpo del presidente della W.A.R., Major H. Kreissack, e ne eseguivo gli ordini meno confessabili. Ho ricavatocdalla mia attivita` di sicario, oltre al rispetto della gente, una fortuna enorme, una ricchezza che mi consentiva di comprare cio` che volevo senza preoccuparmi del prezzo da pagare. Forse questa mattina mi avrebbero recapitato il conto. "Prego Raven, accomodati" - un invito apparentemente semplice, ma la voce metallica e il tono di Kreissack lo rendevano agghiacciante - "ci sono molte cose delle quali bisognera` discutere. Come ben sai sono poco incline ai discorsi ipocriti, pertanto vado subito al sodo. Io non sono abituato a pregare la gente, e detesto che qualcuni si permetta di fare il furbo con me o, addiruttura, si azzardi a tradire la mia fiducia. In te avevo trovato la mia spalla ideale, l'esecutore perfetto di tutti i miei ordini, il braccio destro ideale, a te avevo idealmente destinato il futuro dell'azienda. Fuggire in quella maniera e` stato quanto mai sciocco e al contempo irritante da parte tua. Normalmente uno nelle tue condizioni non avrebbe avuto neppure una sepoltura. Non ti chiedero` il perche` di quello che hai fatto. Ma sappi che gli investimenti su di te sono stati fortissimi, e io non voglio perdere i miei soldi. Percio`, contrariamente alle mie abitudini, ti comunico che sarai reintegrato nel mio staff personale. Tra due sarai nuovamente nell'arena per l'apertura del North American Open con la tua vecchia squadra di tecnici e con il tuo Pyros "Black Flame". Non ho altro da dirti, se non che al primo sgarro la tua pelle verra` sciolta sotto i miei occhi, e ovviamente non aspetteremo che tu sia morto per farlo." Una sensazione di disgusto e contemporanemente di trionfo mi taglio l'aria in gola. Ero salvo, ma dovevo tornare a fare l`'assassino. "NO" "Come hai detto? Non ti ho dato la possibilita' di scegliere. O Torni il Raven di due anni fa o ti faccio pagare tutto insieme." "Ha sentito bene, non tornero`, non ho intenzione di gettare la mia vita nuovamente, per anni ho ragionato solo con l'odio, ho seminato il terrore, ho imposto la forza. Ora voglio conquistarmi il rispetto per i miei meriti e non per quello che potrei fare di male." "Raven, chi per anni e` stato cacciatore non puo` diventare preda. Non resisteresti, E` la tua natura, sei stato creato per questo, non conosci altro metodo che l'annientamento dell'avversario." "Vede signor Kreissack, all'apertura del torneo saro` in campo, e combattero` da solo contro il sistema che volete impormi. Non provi a fermarmi, sa di cosa sono capace, e dimostrero` al mondo la mia vera forza!" Stavo uscendo dall'ufficio di Kreissack e ancora pensavo alle mie parole. non avevo ottenuto risposta, aveva accettato la sfida. Ero libero! Le luci dell'arena squarciavano il buio che mi avvolgeva. Da due anni non sentivo le grida dei tifosi, l'odore dell'adrenalina, il brivido lugo la schiena. Potevo ormai scorgere dinanzi a me il mio avversario. Il Pyros "Black Flame" mi avvolgeva, Kreissack mi guardava dalla tribuna autorita` sorridendo, e io ero pronto a dimostrargli nuovamente la mia assoluta fedelta`. Siamo sinceri, chi gli avrebbe voltato le spalle per farsi ammazzare dopo solo tre giorni?
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il grande pastres

negli anni a cavallo tra il 50 e il 60 l'italia calcistica conobbe il piu` grande e sfortunato talento che il football ricordi. Stefano Pastres era una promessa del San Dona` di Piave quando, a 17 anni, fu notato dagli agenti delle grandi squadre europee. La leggenda narra che nel corso dello stesso intervallo venne contattato dal Milan, dall'Internazionale, dalla Spal e dal Liverpool. Sempre i racconti dei suoi ammiratori ci tramandano gesta epiche, come gol realizzati partendo dalla difesa e scartando tutti gli avversari, o di portieri trafitti direttamente dal calcio d'inizio. Pastres era un centrocampista con spiccate doti offensive, sapeva palleggiare e portare palla per impostare la manovra, ma quello che piu` gli piaceva era fare gol, in tutte le maniere. alto un metro e settantacinque, fisico asciutto e scattante, Pastres rappresentava il giocatore ideale: dotato di talento cristallino e di grande sportivita`, piaceva ai puristi quanto agli agonisti nonche` alle giovani tifose. Il tutto incantando con i suoi modi gentili anche i tifosi anziani. nell`anno della sua esplosione due erano le squadre che avrebbero fatto follie per lui, il Real Madrid e l`Inter, ma Pastres, che si accingeva diventare il Grande Pastres, aveva nel cuore solo una maglia, quella della Juventus. Pur di giocare a Torino fu disposto ad accettare la scomoda convivenza con Sivori; il primo anno fu comunque scudetto, anche se con un apporto da parte sua limitato. L`anno successivo venne la consacrazione, il Grande Pastres aveva la Signora ai suoi piedi, ricompensandola con 29 gol e altri 17 nati da suoi assist. Il suo dominio pareva non avere limiti, controllava qualunque parte del campo, irdimensionando qualsiasi avversario si trovasse di fronte. La favola di Pastres faceva il giro del mondo, a Torino accorrevano tifosi ed appassionati di tutta Europa per vedere il Grande Pastres, e lui li ricompensava con prestazioni sempre migliori. Il suo terzo anno lo dedico` alla conquista della coppa dei campioni, la vetrina calcistica piu` prestigiosa dopo i mondiali. La finale vide contrapposte la compagine bianconera e il grande real di Di Stefano, lo stesso real che appena tre anni prima avrebbe pagato oltre trecento milioni per vestire il Grande Pastres con la Camisa Blanca delle merengues. il braccio di ferro tra don Alfredo e il Grande Pastres si concluse con una tripletta per l`argentino, ma ben 4 gol per il bianconero, che con la sua prestazione sovrannaturale regalo` la coppa alla juventus. A questo punto la carriera di Stefano Pastres sembrava lanciata verso la leggenda, prontas solo per accogliere la coppa Rimet che i campionati mondiali di quell'anno avrebbero assegnato alla nazionale che l'avrebbero conquistata sul capo. Ma al destino non si comanda, e in una partitella di allenamento, per uno scontro fortuito, un compagno fratturo` un ginocchio al Grande Pastres. Chi vide la conferenza stampa del campione il giorno seguente la ricorda ancora con gli occhi lucidi. Il Grane Pastres, che doveva rinunciare ai mondiali, annuncio` che l'esito degli esami clinici effettuati nella notte escludevano anche il ritorno al gioco. La sua carriera finiva li, con un allenamento di routine. Pastres disse di accettare con dolore e serenita' il suo destino, ma tutti sapevano che chi aveva dominato il mondo come lui non avrebbe mai accettato di finire ai margini senza poter dimostrare alla vita di poter andare avanti. dopo pochi giorni un'infermiera della clinica dovera ricoverato per curare il ginocchio lesionato lo trovo` riverso sul letto, senza vita, lasciatosi morire per non dover vedere il suo mondo in mano ad altri che non lo meritassero.
Posted by kenny at 13:35 | Comments (0)