22.07.08
la sentinella

la sensazione più strana di un mio vecchio viaggio in corsica l'ho vissuta arrivato alla costa occidentale. finchè ti trovi a est il mare non ti mette a disagio, sai che dall'altra parte c'è la costa italiana, basta scavallare l'orizzonte. ma a ovest il mare non finisce mai, e vivi la sensazine di essere arrivato alla fine del mondo. oltre non vai.
vivo ora la medesima sensazione. il modulo di viaggio è rivolto verso il nulla, così non posso vedere la Terra dall'oblò del mio alloggio. sono in viaggio da 21 giorni il programma della missione è semplice e ripetitivo, sono sostanzialmene libero di fare ciò che voglio, se non fosse che non c'è nulla da fare. passo la gran parte del tempo a guardare dal finestrino, come se fossi in treno, ma non mi annoia il paesaggio sempre uguale. anzi, mi infastidisce dovermi occupare delle manovre di routine, o peggio, dei contatti quotidiani con il Centro.
mi sto abituando ad essere solo, e il silenzio mi è più gradito delle voci. Quando la comunicazione si chiude per la prima volta, ti prende un senso d'angoscia. per la prima volta in vita tua sei solo. dopo 24 ore ti contattano e finalmente risenti una voce che non sia la tua. a me è passata in fretta. ora mi pesa sapere che qualcuno interromperà il silenzio. il silenzio che mi godo guardando fuori. anche la terra, da qui, sembra silenziosa, un organo immenso dal quale sono lontano.
sono seduto a fianco dell'oblò, ora il modulo è rivolto verso l'infinito. e il silenzio è ancora più intenso. come in corsica anni fa, mi sento esposto, sono una avanguardia verso il niente. la mia civiltà è alle spalle e io ho i piedi sulla linea di confine.
appoggio la mano al vetro. sembra che il gelo dello spazio passi attraverso a tutto. vorrei restare per sempre a guardare fuori, niente sonno, niente trasmisisoni dati. solo spazio.
Il limite maggiore alle misisoni spaziali è il tempo, quello che ci vuole per andare lontano va considerato doppio, per il viagigo di ritorno. nessuna persona potrebbe sopportare di stare per decine di anni rinchiuso in una scatola, alla deriva nello spazio, senza la possibilità alcuna di essere salvato in caso di problemi. quindi le missioni spaziali potevano, in pasato, limitarsi alla luna.
per questo esistono quelli come me, disposti a partire per una missione suicida. il Centro lo chiama "l'esperimento del lungo cammino", ma si tratta di suicidio assistito. regalo alla scienza il mio tempo, inteso come vita, loro mi danno la possibilità di vivere un ritiro ascetico davvero unico.
il modulo fa rotta verso il confine del sistema solare, finchè potrò, trasmetterò dati e foto. poi avrò l'eternità a disposizione per guardare fuori da un finestrino
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23:46
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04.11.07
alveare 33

Il piano di razionalizzazione territoriale aveva portato alla realizzazione di sterminati quartieri residenziali, formati da colossali edifici “socioautonomi”, nei quali gli appartamenti venivano intervallati da negozi, scuole, punti di soccorso ospedaliero. Gli abitanti lasciavano gli alveari solo per recarsi al lavoro, quelli che lavoravano all’esterno, poi avrebbero potuto passare tutto il loro tempo nelle macroarchitetture. Quartieri periferici, dove gli umani erano confinati. Eravamo la maggioranza, ma venivamo stivati negli alveari; nulla di nuovo, già negli anni 50 del ventesimo secolo l’architetto LeCoubusier aveva ideato ed edificato delle cose del genere. Conegliano aveva un quartiere umano composto di 32 megacondomini, per un totale di un un milione e settecentomila abitanti emarginati. Tutto insufficiente, il flusso di pendolari e le persone cacciate dal centro storico erano in preoccupante aumento, e si decise di dare il colpo di di grazia al problema del sovraffollamento della città. Nasceva così il progetto di Alveare 33. Il 33esimo maxialveare non era, in realtà, un complesso come gli altri, un semplice condominio da migliaia di abitanti, era invece un quartiere coperto che poteva ospitare quasi un milione di persone, un guscio colossale e autosufficiente.
Dall’alto appariva come una grossa goccia, alta trecento metri, dalla superficie a specchio, composta di milioni di pannelli che indirizzavano la luce al suo interno. Altri specchi avrebbero fornito luce naturale a tutti i nuclei abitativi interni, alle strade rigorosamente pedonali dell’alveare. Al primo piano, decine di metri distanti dalla vista del sole, gli abitanti avrebbero potuto godere dei raggi naturali.
Era da pochi mesi che la mia famiglia si era trasferita all’alveare 33.
“devi ammettere che la luce del sole è una cosa speciale” mi diceva Finnia, guardando in alto. Lui aveva vissuto sempre in appartamento, prima nella città vecchia, poi presso l’alveare 18, per lui era pertanto meraviglioso vedere la luce del sole anche al 45 piano. Ma io venivo dalle campagne, non mi sarei mai abituato a quel tipo di vita, di soluzione.
“non è luce del sole” – “eddai, questa è luce del sole, luce che noi abbiamo, mentre negli altri alveari del al sognano. Ci sono appartamenti che non hanno finestre”.
Finnia era convinto che la nostra fosse veramente la migliore condizione possibile. Ma io sognavo sempre che un giorno tutti saremmo tornati a vivere delle case vere.
Come le altre del borgo, la mia casa era stata confiscata e demolita per costruire altri stabilimenti produttivi. Era a nord del Monticano, e quella zona era stata destinata alla produttività. In cambio, il comune ci regalava un bilocale all’alveare 33.
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11:11
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22.03.06
la città degli altri
Ricordo bene quando il viale era parte della città vissuta, quano ci si poteva passeggiare vedendo il cielo. Non erano passati più di 15 anni eppure per molti il paesaggio era sempre stato così.
Anni addietro, per favorire l'insediamento di numerose unità viventi (cosi gli Amministratori chiamavano gli alieni che ci avevano subdolamente invaso), si era presa la decisione di costruire nuovi strati urbani che posassero sui tetti dei vecchi condomini.
Nacquero quindi nuovi quartieri sopraelevati, con grattacieli costruiti sulle teste di noi abitanti autoctoni. Il palazzo dove una volta viveva Marco aveva sul cornicione superiore una immensa scritta luminosa azzurra, “bibione”, il nome di una località turistica. Quando la installarono ci sembrava fosse in cielo, tanto era alto il palazzo. Quello fu il primo dove si intervenne, la prima pietra sulla quale edificare la “città degli angeli”, dove gli angeli erano in realtà I nuovi padroni.
Costruirono una nuova città, alta almeno il doppio del fabbricato esistente, e la scritta “bibione” era per loro un fastidioso faro che veniva dal basso.
Poi, pian piano, tutti gli altri palazzi vennero sovrastati da nuove costruzioni, con strade, garages, negozi. Tutto gelido, asettico…
In realtà I nuovi occupanti avrebbero utilizzato I nuovi spazi come uffici diplomatici o come dormitori, l'importanza di ricreare un ambiente umano era dettata dalla necessità di mantenere almeno le apparenze. Avevamo dato il nostro cielo agli alieni, e loro fingevano di essere umani replicando le nostre architetture come freddi fondali scenici.
Non durò molto, nuove città vennero abbandonate non appena si concretizzò l'opportunità di costruire nuovi quartieri a grattacielo tutto iintorno alla città vecchia, quartieri dove gli alieni avrebbero potuto finalmente curare I loro interessi senza pensare a sembrare delle persone. Dal monte del Castello, con un binocolo, si poteva vedere come la delinquenza aveva ormai saccheggiato le vetrine e I garages dei nuovi padroni, le strade sporche, I vetri rotti. Ci ritrovavamo sulla testa quartieri affollati di disperati, senzatetto, losche basi per I traffici tra le due civiltà.
Era terribile, mentre gli alieni avevano avuto le autorizzazioni per costruire immense torri a loro uso esclusivo, noi perdevamo di vista la nostra sopravvivenza, chiudendoci da soli in ghetti, come coperchio le stesse architetture che loro avevano fatto costruire a nostre spese.
Mi tornava il mente il bagnino che pochi mesi prima negava ostinatamente che il nostro mare fosse pieno di piattaforme aliene; ormai la gente aveva metabolizzato I mostri, le città fantasma sopra la loro testa. C'erano sempre state.
Posted by kenny at
13:18
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