15.11.07
when i was young

When I was young, cantavano I jetrho tull, quando ero giovane.
Quando ero giovane andavo con gli altri al Pub “il Illocando”, a Confin.
Eravamo sempre lì, il venerdì sera, il sabato sera, la domenic apomeriggio come intervallo durante le partite di pallacanestro al campetto, la sera a cena. Se Ciano, il proprietario, non ci vedeva, telefonava a casa… per non stare in pensiero.
Era casa, avevamo sempre il posto riservato, per anni potevamo arrivare a qualsiasi ora, tanto Ciano e Mauro una tavolata ce la trovavano sempre.
Il giocattolo si è rotto dopo pochi anni, Ciano e C. cedono l’attività, troppo stressante andare a letto sempre alle 6 del mattino. Il nuovo gestore, tal Sergione, era simpatico come uno spintone giù per le scale e pensò bene di aumentare I prezzi, e di farci scappare…
È Di stasera la notizia definitiva, triste ma ampiamente prevista. L’Illocando chiude, definitivamente. È sopravvissuto al cambio di gestione, al divorzio di sergione dalla moglie. È sopravvissuto alla diffusione dei cocktail bar, alla moda dell’aperitivo. Fino ad oggi. Non potremo più cenare sotto al portico, non potremo più festeggiare nella sala al primo piano, col maxischermo e la vista sulla valle di Caldaz.
Quando ero giovane andavo all’illocando in motorino
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08:38
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08.11.07
era jazz, jazz
Il negro sul pianoforte faceva correre velocemente le dita sui tasti, con la testa piegata a guardare un punto lontano oltre la testiera mentre la coltre di fumo velava un pubblico conquistato e coinvolto; ogni tanto ribaltava la testa calva all’indietro per lanciarsi in un grido stridulo con gli occhi strizzati ed appassionati, ed era jazz, jazz. Il colosso col sassofono ciondolava e si contorceva, mentre il vento caldo e avvolgente usciva dalla bocca d’ottone dello strumento, per andare oltre le ultime file della sala. In controluce, contornato dal fumo di sigaretta, il ricciolino con la tromba frustava l’aria con note vivaci e squillanti; la puledra strizzata nel miniabito rosso, sul bordo del palco faceva tremare la pelle dei presenti con vocalizzi d’ebano, era tutto jazz, jazz. I quattro negri che infuocavano le tavole del palco con musica sconnessa e vivace esprimevano l’estemporaneità di un momento di brio, davano sfogo alle dita, ai nervi, e pazienza se nessuno ripeterà mai la loro partitura, loro erano padroni dell’aria che il pubblico respirava, un momento di jazz, jazz. Quando salgo sul palco, pensava Chet Saymour al sax, la storia la piego, la fisso. Quando salgo sul palco la mia creatività esplode. Ed è jazz, jazz
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11:13
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04.11.07
i cacciatori di fulmini

Giugno è un bel periodo per catturare I fulmini. Da tempo, da quando ho comprato la macchina fotografica, passo gli anni aspettando che arrivi giugno, per poter cacciare i fulmini. Le sere limpide di giugno sono l’ideale. Come molte altre volte, al primo tuono, esco dal letto, vestendomi in fretta, e mi precipito a prendere le poche cose che servono per la notte.
Poi corro da fabrizio, che sicuramente avrà sentito il tuono.
Parcheggio sotto la sua finestra, e tiro un sasso sugli oscuri. Il segnale. Appena la luce della camera trapela da sotto le lastre di legno, sposto l’auto in cortile.
In pochi istanti fabrizio scende, esposto alla pioggia notturna, con la sola cura di proteggere l’apparecchio fotografico con la tela cerata. Senza troppe parole sale in auto. La caccia è aperta, basta solo trovare il posto adatto. Negli ultimi ritrovi abbiamo individuato un prato abbastanza pianeggiante, in Col di Stella, da cui si può godere di gran parte della vallata. È un buon posto, e quasi tutti I temporali sono a tiro. Montiamo gli archetti che reggeranno la cerata, poi stendiamo la coperta, per essere sicuri di sedere all’asciutto. La caccia al fulmine dura anche delle ore. Poi apriamo gli ombrelli, di cui leghiamo le estremità superiori agli archetti che sporgono. Infine, quando siamo sicuri che non si bagneranno alla piaoggia, sistemiamo le macchine fotografiche sotto agli ombrelli. Noi ci sistemiamo sotto alla tenda sorretta dagli archetti. Nella borsa due birre e qualche panino, pronto in frigo per l’eventualità di una caccia al fulmine notturna. Con cura impostiamo l’apertura degli otturatori e le caratteristiche di esposizione, e passiamo la notte al buio, aspettando che I bagliori elettrici vengano catturati dalla pellicola. Al buio, perchè una candela inquinerebbe il fotogramma, e in silenzio, perchè eventuali battute ci priverebbero del rumore dell’otturatore che si chiude. Come pescatori attendiamo il momento per tirare a noi la preda. Noi attendiamo che il fumine passi nel cielo buio. Magari che più fulmini passino e lascino le loxro tracce sulla pellicola. Poi facciamo scattare a chiusura l’otturatore. È fatta, un fotogramma ha catturato il fulmine, e da qui in avanti la notte è meno lunga.
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11:23
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alveare 33

Il piano di razionalizzazione territoriale aveva portato alla realizzazione di sterminati quartieri residenziali, formati da colossali edifici “socioautonomi”, nei quali gli appartamenti venivano intervallati da negozi, scuole, punti di soccorso ospedaliero. Gli abitanti lasciavano gli alveari solo per recarsi al lavoro, quelli che lavoravano all’esterno, poi avrebbero potuto passare tutto il loro tempo nelle macroarchitetture. Quartieri periferici, dove gli umani erano confinati. Eravamo la maggioranza, ma venivamo stivati negli alveari; nulla di nuovo, già negli anni 50 del ventesimo secolo l’architetto LeCoubusier aveva ideato ed edificato delle cose del genere. Conegliano aveva un quartiere umano composto di 32 megacondomini, per un totale di un un milione e settecentomila abitanti emarginati. Tutto insufficiente, il flusso di pendolari e le persone cacciate dal centro storico erano in preoccupante aumento, e si decise di dare il colpo di di grazia al problema del sovraffollamento della città. Nasceva così il progetto di Alveare 33. Il 33esimo maxialveare non era, in realtà, un complesso come gli altri, un semplice condominio da migliaia di abitanti, era invece un quartiere coperto che poteva ospitare quasi un milione di persone, un guscio colossale e autosufficiente.
Dall’alto appariva come una grossa goccia, alta trecento metri, dalla superficie a specchio, composta di milioni di pannelli che indirizzavano la luce al suo interno. Altri specchi avrebbero fornito luce naturale a tutti i nuclei abitativi interni, alle strade rigorosamente pedonali dell’alveare. Al primo piano, decine di metri distanti dalla vista del sole, gli abitanti avrebbero potuto godere dei raggi naturali.
Era da pochi mesi che la mia famiglia si era trasferita all’alveare 33.
“devi ammettere che la luce del sole è una cosa speciale” mi diceva Finnia, guardando in alto. Lui aveva vissuto sempre in appartamento, prima nella città vecchia, poi presso l’alveare 18, per lui era pertanto meraviglioso vedere la luce del sole anche al 45 piano. Ma io venivo dalle campagne, non mi sarei mai abituato a quel tipo di vita, di soluzione.
“non è luce del sole” – “eddai, questa è luce del sole, luce che noi abbiamo, mentre negli altri alveari del al sognano. Ci sono appartamenti che non hanno finestre”.
Finnia era convinto che la nostra fosse veramente la migliore condizione possibile. Ma io sognavo sempre che un giorno tutti saremmo tornati a vivere delle case vere.
Come le altre del borgo, la mia casa era stata confiscata e demolita per costruire altri stabilimenti produttivi. Era a nord del Monticano, e quella zona era stata destinata alla produttività. In cambio, il comune ci regalava un bilocale all’alveare 33.
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11:11
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l'uomo col cappotto

L’uomo con il cappotto nero stava seduto sotto al cartellone pubblicitario reclamizzante una bibita alcolica che rendeva irresistibilmente divertenti.
Il pannello luminoso annunciava che il prossimo convoglio sarebbe arrivato entro pochi minuti. Incurante, l’uomo col cappotto continuava a fissare un punto al di là delle rotaie, senza tradire emozioni o pensieri. Una bella ragazza dall’altra parte si era anche lusingata dello sguardo che lo sconosciuto continuava a rivolgerle, finchè non si è accorta che l’uomo che aveva davanti non guardava proprio nulla. I capelli ormai più grigi che neri, gli occhiali dalla spessa montatura nera, I vestiti tutti oscillanti tra il grigio antracite dei pantaloni e il nero del cappotto, nulla che definisse qualche aspetto della personalità. L’uomo senza nome era straniero in terra straniera, diverso tra milioni di persone diverse in una metropoli che conosceva ma che non gli apparteneva. Non avrebbe lasciato nessuna traccia, non avrebbe scaldato nessun cuore, stretto nessun legame. L’uomo senza emozione sarebbe scivolato su una Roma che non lo conosceva e che non l’avrebbe mai conosciuto.
Nel freddo di ottobre le persone passavano davanti ai seggiolini veloci, senza prestare troppa attenzione a dettagli che non avrebbero mai visto, chiacchierando al massimo a gruppetti di tre persone, condividendo esperienze di una giornata lavorativa strutturata come tutte le precedenti e che si sarebbe ripetuta per infinite altre volte.
Donne incinte, giovani indiani baffuti che cercavano lavoro, studenti coloriti, turisti persi ed emozionati, ragazze dalle minigonne che scoprivano gambe già viste. Davanti a occhi che non cercavano nulla passava l’umanità intera, a saperla vedere.
L’uomo col cappotto avvertiva crescere il proprio senso di isolamento, di solitudine; circondato da potenziali amici e da potenziali amori, esplorava la propria repulsione per ogni rapporto umano, sprofondato in un mare di incomunicabilità.
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11:07
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the house of the rising sun

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it's been the ruin of many a poor boy
And God I know I'm one
My mother was a tailor
She sewed my new bluejeans
My father was a gamblin' man
Down in New Orleans
Now the only thing a gambler needs
Is a suitcase and trunk
And the only time he's satisfied
Is when he's on a drunk
------ organ solo ------
Oh mother tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun
Well, I got one foot on the platform
The other foot on the train
I'm goin' back to New Orleans
To wear that ball and chain
Well, there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it's been the ruin of many a poor boy
And God I know I'm one
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La casa del sole nascente
C'è una casa a New Orleans
la chiamano il sole nascente
ed è stata la rovina
di più di un povero ragazzo
e Dio, so di esssere uno di questi
Mia madre era una sarta
cucì i miei blue jeans nuovi
mio padre era un giocatore d'azzardo
giù a New Orleans
Ora, l'unica cosa
di cui ha bisogno un giocatore d'azzardo
è una valigia e un bagagliaio
Ed è soddisfatto
solo quando
è ubriaco del tutto
Oh madre di' ai tuoi figli
di non fare quello che ho fatto io
di non spendere la loro vita
nel peccato e nella miseria
nella casa del sole nascente
Ora, un piede sul binario
l'altro piede sul treno
sto tornando a New Orleans
per sposarmi
Ebbene, c'è una casa
a New Orleans
La chiamano il sole nascente
ed è stata la rovina
di più di un povero ragazzo
e Dio, so di essere uno di questi
e Dio, so di essere uno di questi
Posted by kenny at
10:59
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