alberto campos
La squadra non andava granchè bene in quel periodo… effettivamente la Lazio di metà anni settanta non era certo la formazione ideale per mietere successi, e la cosa era nota anche al di là dell'oceano.
In quegli anni gli osservatori delle società sportive attraversavano con costanza l'Atlantico per cercare dei buoni giocatori da portare in Italia e anche la Lazio aveva il proprio scout, il ragionier Righetti Casali, Ruggero all'anagrafe.
Righetti Casali aveva il disperato compito di ricercare dei talenti, vecchi o giovani, che avessero voglia di trasferirsi in Europa per giocare con una compagine depressa.
Aveva scovato campioni in erba arroganti e spocchiosi, vecchie glorie in cerca di strappare l'ingaggio che garantiva la vecchiaia, ma il giocatore sul quale costruire un futuro proprio non voleva uscire dal cilindro.
Righetti Casali non era però persona che si dava per vinta, più che altro per la sua modestia e per la sua dedizione al lavoro, ma la disperazione dei giorni era forte, tanto che il tapino ragioniere era ormai uso ad assistere alle partitelle dei gruppi sportive amatoriali, nella speranza di trovare un giovane diamante grazzo da portare in Italia.
Fu proprio durante una di queste partite tra appassionati che Righetti Casali notò ed avvicinò un giocatore interessante, un ragazzotto con la barba nera che da solo reggeva il gioco di entrambi gli schieramenti in campo. Avvicinato ed invitato a una lauta cena, il giovane raccontò la sua storia al ragioniere: aveva giocato per anni ad alti livelli, in una serie minore in Argentina, ma a 25 anni si era infortunato seriamente, e, impossibilitato a mantenersi le terapie, si era riciclato come conducente di autobus a Cordoba, il sabato insegnava il calcio ai ragazzini delle scuole e ogni tanto si concedeva una partita col dopolavoro. Fu affascinato dal progetto Lazio, la vedeva come una rivincita verso il calico che aveva dovuto abbandonare. Il suo nome era Alberto Campos.
L'acquisto della Lazio fu salutato dall'ilarità degli addetti ai lavori, che vedevano nell'ingaggio dello sconosciuto tranviere Argentino il requiem della società capitolina.
I fatti li avrebbero smentiti, Campos nella prima disastrosa stagione della sua nuova squadra si dimostrò un formidabile centrale di centrocampo, uno snodo tra la difesa, dove era il primo interditore, e il centrocampo, dove sapeva impostare la manovra. La squadra era pessima e la Lazio si classificò solamente quattordicesima, ma I presupposti erano ottimi, Campos giocava alla grande, facendo crescere I giocatori più giovani ed attirandone altri, desiderosi di conoscere quel gentiluomo dalla faccia sporca.
La sua seconda stagione I biancoceleste fu decisamente migliore, nel corso del campionato la Lazio arrivò addirittura ad occupare la terza posizione per qualche settimana, chiudendo il torneo alla sesta, superando ogni previsione. Le voci di mercato però si facevano sempre più minacciose, Alberto Campos era diventato il pezzo più ambito tra I centrocampisti della serie A, la Roma voleva acquistarlo per riconquistare lo scudettto che aveva appena perso, il Milan lo voleva per difendere lo scudetto appena vinto, l'Inter lo desiderava per costituire un centrocampo da sogno, accostandolo a Rombaldi e al brasiliano Reminotti. Ma fu la Juventus, in quegli anni nobile decaduta che voleva ricominciare a vincere, ad offrire al giocatore, in scadenza di contratto, un ingaggio da favole, almeno Quattro volte superiore allo stipendio che I Biancocelesti potevano garantirgli.
Era chiaro che Alberto Campos sarebbe stato bianconero entro pochi giorni… la Juve aveva in cantiere un progetto di vittorie più concreto e ricco di quello della Lazio, poi Campos aveva oramai 32 anni e quello sarebbe stato il suo ultimo contratto. Un'occasione imperdibile, insomma.
Il 28 giugno, tre settimane dopo la fine del campionato, Alberto Campos annunciò una conferenza stampa nella quale avrebbe fatto finalmente chiarezza riguardo al suo futuro.
Nel suo italiano caratterizzato dal forte accento argentino parlò molto chiaro:
“sono in italia da tre anni, sono arrivato per giocare a calico e dimostrare a me stesso che potevo ancora farlo, che potevo vincere… per provare la sensazione che solo la vittoria può dare. Quella sensazione me la potrà dare solo una squadra.” Pausa… brusii in fondo alla sala, dirigenti bianconeri sorridenti. “domani mattina firmerò il contratto con la Lazio, giocare altrove mi lascerebbe l'amaro in bocca”. In sala stampa scoppia il finimondo, domande a raffica, flash, articoli buttati giù di getto sui taccuini…
Ho intervistato Alberto Campos un mese fà nella sua casa sul litorale romano. Giocò nella Lazio per nove anni, smise a trentanove e non vinse nulla nella sua carriera, contribuendo comunque a raddrizzare una tendenza che avrebbe portato la disastrata squadra romana alla retrocessione.
Sul mobile del soggiorno, tra le foto dei figli e della bella moglie (sempre la stessa da quasi qurant'anni, una rarità tra I calciatori!) ce n'è una splendida, in bianco e nero, incorniciata da una bella cornice in argento, dove lui, con la sua barba nera, impartisce le direttive ai suoi compagni di gioco. Il punto di ripresa, dal bordo campo, fa scomparire il terreno sotto di lui, lo rende un gigante che si staglia fiero nel cielo, ben rappresentando la dimensione umana e sportive di quell'uomo.
“signor Campos, probabilmente glielo avranno già domandato: chi gliel'ha fatto fare, trent'anni fa, di rinunciare ai soldi e al successo della Juve per restare alla Lazio, dove non ha vinto nulla?”
La risposta è una Sonora risata… poi, con un disarmante sorriso: “se vogliamo per gratitudine verso chi mi ha reso ricco, famoso, felice. Sono rimasto come gesto di affetto verso chi mi ha fatto tornare a giocare, verso I tifosi che mi invitavano a pranzo a casa. Ma, ad essere sincero, l'ho fatto perchè alla Lazio ogni partita vinta era una vittoria importante, perchè mi sentivo partecipe del miglioramento della squadra, perchè portare una squadra dal fondo ai piani alti della classifica è un successo che da più soddisfazioni rispetto al vincere a ripetizione grazie a campioni che ti circondano e che hanno seguito solo I soldi. Poi, ad essere sincero, io ero solo un povero tranviere argentino ignorante… Juventus non sapevo neppure dove fosse.”
Alberto Campos, il gentiluomo dalla barba nera, che è stato un vincente, pur avendo perso tutte le competizioni alle quali abbia partecipato.
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una notte in comune
Poco sopra alla strada l'unto ragazzino studiava, il ciuffo sozzo e sfigato proiettava un'ombra sciocca sul quaderno a quadretti, e la luce tremolante della lampada a pile rendeva la lettura delle formule quantomai difficoltosa. Aveva il cuore in bocca e sudava freddo. L'indomani la professoressa di matematica l'avrebbe umiliato. Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non studiava.
Dalla terrazzo sul mare il vecchio onnipotente vedeva le sue miserie. Aveva una lastra di vetro tra lui e la notte, e un'altra curva tra la sua mano e il gin. Era ricco, aveva tutto, ma quella notte l'angoscia lo possedeva. Settant'anni di potere, di ricchezza e di lusso, ma il fisico gli scorreva via. Aveva voglia di piangere ma non lo faceva, anche da solo, lo riteneva un vizio da poveri.
Appena fuori dal bar il giovane fenomeno si accendeva una sigaretta. Aveva riso e scherzato con altri leoni, aveva toccato il culo alla cameriera e stava per salire in macchina. Pochi chilometri per scaricare nervi e cavalli in terra, poche ore per tornare in quel cantiere. Suo padre non voleva quello per lui. Aveva voglia di piangere, ma non poteva, solo I bambini piangono.
La ex vergine era sul letto. Non aveva sonno, si toccava la pancia guardando il soffitto. Una mano forte le stringeva il collo, l'angoscia non la lasciava assopirsi. E ora? Un futuro che la inorridiva, dove sarebbe stata grassa e brutta, con un marito odiato e uno, due o tre bambini nati dopo le botte, dopo il sangue. La ex vergine voleva liberarsi e liberare il bambino, ma come? La ex vergine aveva voglia di piangere, ma se piangeva svegliava l'uomo nel letto…
Il giovane consumato era attorno al fuoco con gli amici. Si guardavano negli occhi con sguardi filtrati dale fiamme. La notte l'avrebbero passata lì, e si apprestavano a fare un brindisi in onore dell'ago, della loro vita, che avevano visto essiccarsi dal di fuori, testimoni di fallimenti e sconfitte, ma anche di una voglia di perdere, per liberarsi delle pressioni, di concludere la loro stronza vita.
Aveva voglia di piangere, ma l'eroina gliel'avrebbe fatta passare presto.
Il Salvatore era appoggiato al muro. Quante volte aveva visto quella scena? E quante volte ha dovuto dire a una madre che il figlio non era sopravvissuto? Il giovane Salvatore avrebbe bruciato gli anni e sarebbe diventato un medico vecchio e navigato, ma intanto aveva trent'anni e non riusciva ad abituarsi.
Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non salvava nessuno…
Luciano era nel salotto anonimo di una casa anonima in una cittadina anonima. Era anonimo anche lui, doveva scordarsi del suo nome e della sua vita, doveva solo essere Luciano. Ma la notte sudava freddo, sapeva che l'avrebbero trovato, che gli avrebbero fatto pagare sia le bombe e le stragi, sia il pentimento e la confessione. Sapeva che “quelli” l'avrebbero trovato. Aveva voglia di piangere, ma era completamente solo, nessuno l'avrebbe confortato, ne tantomeno perdonato per la sua vita. E piangere l'avrebbe fatto solo sentire in colpa.
Il vecchio inutile era sotto la veranda, guardava la pioggia sereno, pensava alla Guerra, alle malattie e agli amici che erano morti. Il vecchio inutile pensava alla figlia che aveva partorito, al nipotino, che avrebbe avuto il suo nome al di là delle sue mediocrità , pensava che dopo tutto il male e il bene che aveva visto non avrebbe più potuto nè commuoversi, nè emozionarsi.
Piangeva a dirotto per la felicità, convinto che quella sera il mondo non potesse che essere sereno.
Posted by kenny at
12:47
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