era jazz, jazz
Il negro sul pianoforte faceva correre velocemente le dita sui tasti, con la testa piegata a guardare un punto lontano oltre la testiera mentre la coltre di fumo velava un pubblico conquistato e coinvolto; ogni tanto ribaltava la testa calva all’indietro per lanciarsi in un grido stridulo con gli occhi strizzati ed appassionati, ed era jazz, jazz. Il colosso col sassofono ciondolava e si contorceva, mentre il vento caldo e avvolgente usciva dalla bocca d’ottone dello strumento, per andare oltre le ultime file della sala. In controluce, contornato dal fumo di sigaretta, il ricciolino con la tromba frustava l’aria con note vivaci e squillanti; la puledra strizzata nel miniabito rosso, sul bordo del palco faceva tremare la pelle dei presenti con vocalizzi d’ebano, era tutto jazz, jazz. I quattro negri che infuocavano le tavole del palco con musica sconnessa e vivace esprimevano l’estemporaneità di un momento di brio, davano sfogo alle dita, ai nervi, e pazienza se nessuno ripeterà mai la loro partitura, loro erano padroni dell’aria che il pubblico respirava, un momento di jazz, jazz. Quando salgo sul palco, pensava Chet Saymour al sax, la storia la piego, la fisso. Quando salgo sul palco la mia creatività esplode. Ed è jazz, jazz
Posted by kenny at 08.11.07 11:13