alveare 33
Il piano di razionalizzazione territoriale aveva portato alla realizzazione di sterminati quartieri residenziali, formati da colossali edifici “socioautonomi”, nei quali gli appartamenti venivano intervallati da negozi, scuole, punti di soccorso ospedaliero. Gli abitanti lasciavano gli alveari solo per recarsi al lavoro, quelli che lavoravano all’esterno, poi avrebbero potuto passare tutto il loro tempo nelle macroarchitetture. Quartieri periferici, dove gli umani erano confinati. Eravamo la maggioranza, ma venivamo stivati negli alveari; nulla di nuovo, già negli anni 50 del ventesimo secolo l’architetto LeCoubusier aveva ideato ed edificato delle cose del genere. Conegliano aveva un quartiere umano composto di 32 megacondomini, per un totale di un un milione e settecentomila abitanti emarginati. Tutto insufficiente, il flusso di pendolari e le persone cacciate dal centro storico erano in preoccupante aumento, e si decise di dare il colpo di di grazia al problema del sovraffollamento della città. Nasceva così il progetto di Alveare 33. Il 33esimo maxialveare non era, in realtà, un complesso come gli altri, un semplice condominio da migliaia di abitanti, era invece un quartiere coperto che poteva ospitare quasi un milione di persone, un guscio colossale e autosufficiente.
Dall’alto appariva come una grossa goccia, alta trecento metri, dalla superficie a specchio, composta di milioni di pannelli che indirizzavano la luce al suo interno. Altri specchi avrebbero fornito luce naturale a tutti i nuclei abitativi interni, alle strade rigorosamente pedonali dell’alveare. Al primo piano, decine di metri distanti dalla vista del sole, gli abitanti avrebbero potuto godere dei raggi naturali.
Era da pochi mesi che la mia famiglia si era trasferita all’alveare 33.
“devi ammettere che la luce del sole è una cosa speciale” mi diceva Finnia, guardando in alto. Lui aveva vissuto sempre in appartamento, prima nella città vecchia, poi presso l’alveare 18, per lui era pertanto meraviglioso vedere la luce del sole anche al 45 piano. Ma io venivo dalle campagne, non mi sarei mai abituato a quel tipo di vita, di soluzione.
“non è luce del sole” – “eddai, questa è luce del sole, luce che noi abbiamo, mentre negli altri alveari del al sognano. Ci sono appartamenti che non hanno finestre”.
Finnia era convinto che la nostra fosse veramente la migliore condizione possibile. Ma io sognavo sempre che un giorno tutti saremmo tornati a vivere delle case vere.
Come le altre del borgo, la mia casa era stata confiscata e demolita per costruire altri stabilimenti produttivi. Era a nord del Monticano, e quella zona era stata destinata alla produttività. In cambio, il comune ci regalava un bilocale all’alveare 33.
Posted by kenny at 04.11.07 11:11