una notte in comune
Poco sopra alla strada l'unto ragazzino studiava, il ciuffo sozzo e sfigato proiettava un'ombra sciocca sul quaderno a quadretti, e la luce tremolante della lampada a pile rendeva la lettura delle formule quantomai difficoltosa. Aveva il cuore in bocca e sudava freddo. L'indomani la professoressa di matematica l'avrebbe umiliato. Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non studiava.
Dalla terrazzo sul mare il vecchio onnipotente vedeva le sue miserie. Aveva una lastra di vetro tra lui e la notte, e un'altra curva tra la sua mano e il gin. Era ricco, aveva tutto, ma quella notte l'angoscia lo possedeva. Settant'anni di potere, di ricchezza e di lusso, ma il fisico gli scorreva via. Aveva voglia di piangere ma non lo faceva, anche da solo, lo riteneva un vizio da poveri.
Appena fuori dal bar il giovane fenomeno si accendeva una sigaretta. Aveva riso e scherzato con altri leoni, aveva toccato il culo alla cameriera e stava per salire in macchina. Pochi chilometri per scaricare nervi e cavalli in terra, poche ore per tornare in quel cantiere. Suo padre non voleva quello per lui. Aveva voglia di piangere, ma non poteva, solo I bambini piangono.
La ex vergine era sul letto. Non aveva sonno, si toccava la pancia guardando il soffitto. Una mano forte le stringeva il collo, l'angoscia non la lasciava assopirsi. E ora? Un futuro che la inorridiva, dove sarebbe stata grassa e brutta, con un marito odiato e uno, due o tre bambini nati dopo le botte, dopo il sangue. La ex vergine voleva liberarsi e liberare il bambino, ma come? La ex vergine aveva voglia di piangere, ma se piangeva svegliava l'uomo nel letto…
Il giovane consumato era attorno al fuoco con gli amici. Si guardavano negli occhi con sguardi filtrati dale fiamme. La notte l'avrebbero passata lì, e si apprestavano a fare un brindisi in onore dell'ago, della loro vita, che avevano visto essiccarsi dal di fuori, testimoni di fallimenti e sconfitte, ma anche di una voglia di perdere, per liberarsi delle pressioni, di concludere la loro stronza vita.
Aveva voglia di piangere, ma l'eroina gliel'avrebbe fatta passare presto.
Il Salvatore era appoggiato al muro. Quante volte aveva visto quella scena? E quante volte ha dovuto dire a una madre che il figlio non era sopravvissuto? Il giovane Salvatore avrebbe bruciato gli anni e sarebbe diventato un medico vecchio e navigato, ma intanto aveva trent'anni e non riusciva ad abituarsi.
Aveva voglia di piangere, ma se piangeva non salvava nessuno…
Luciano era nel salotto anonimo di una casa anonima in una cittadina anonima. Era anonimo anche lui, doveva scordarsi del suo nome e della sua vita, doveva solo essere Luciano. Ma la notte sudava freddo, sapeva che l'avrebbero trovato, che gli avrebbero fatto pagare sia le bombe e le stragi, sia il pentimento e la confessione. Sapeva che “quelli” l'avrebbero trovato. Aveva voglia di piangere, ma era completamente solo, nessuno l'avrebbe confortato, ne tantomeno perdonato per la sua vita. E piangere l'avrebbe fatto solo sentire in colpa.
Il vecchio inutile era sotto la veranda, guardava la pioggia sereno, pensava alla Guerra, alle malattie e agli amici che erano morti. Il vecchio inutile pensava alla figlia che aveva partorito, al nipotino, che avrebbe avuto il suo nome al di là delle sue mediocrità , pensava che dopo tutto il male e il bene che aveva visto non avrebbe più potuto nè commuoversi, nè emozionarsi.
Piangeva a dirotto per la felicità, convinto che quella sera il mondo non potesse che essere sereno.
Posted by kenny at 30.11.05 12:47